Brutta fine passA il Brescia

Granata respinti dalle rondinelle. Per il prossimo anno niente diritti tv: la ricostruzione sarÓ dura.

Arma

Il capolinea granata è impietoso. Niente spumante, nessun botto, se non il rumore di una promozione mancata che, adesso, si tradurrà nel naufragio di numeri (il buco dalla mancanza dei milioni di euro che sarebbero arrivati con la A) e di idee perchè il Toro va ripensato. A Brescia, il verdetto è il racconto di una notte vissuta con il giusto atteggiamento in avvio per poi spegnersi in corso d’opera. Il coraggio ai granata non è mancato, punto e a capo. Ha sbagliato Gasbarroni nell’azione che ha, poi, portato Possanzini al primo colpo da ko. Ma, lo stesso Gas, sui titoli di coda per un niente non stava per riportare il Toro a galla, ovvero ai miracolosi supplementari dopo il doppio svantaggio (il miracolo è di Arcari). Così, l’acuto, improvviso e casuale di Arma, non ha sortito effetti speciali.

Molto del ko granata, come dicevamo, ruoto attorno alla sbandata di Gasbarroni, punto di svolta di una partita fino ad allora senza un padrone. Mostra i muscoli, Colantuono. Anzi, il pugno. Il destinatario è distante pochi metri, qualche zolla di campo e basta, lo spazio che separa Gasbarroni dalla panchina. Gas ha appena perso il pallone avvelenato che ha aperto la strada al gol del Brescia: un errore imperdonabile per il condottiero granata, una svista evitabile con un dribbling in meno ad un niente dall’area di casa soprattutto nella notte in cui bisogna vincere anche a costo degli equilibri. La notte del Toro si scopre, così, in salita dopo un avvio a dir poco promettente e figlio del coraggio, gioco-forza inevitabile, del suo allenatore. C’è Bianchi, al suo fianco ecco Salgado, poi D’Ambrosio e Rubin, quest’ultimi spesso all’arrembaggio ad occupare l’attacco granata sui lati. Dietro a quella che, a tratti, appare come una linea offensiva a quattro, tocca a Gasbarroni inventare e ai soli Genevier e Pestrin fare da diga davanti ad una retroguardia insolitamente a tre. Risultato? I granata si impossessano del copione della sfida, ma l’illusione dura il tempo di qualche invito per la zucca di Salgado e Bianchi e poco più. Il Brescia aspetta, compatto e compassato, poi la svolta. Tutta colpa di un muscolo che va fuori posto, o quasi: Salgado stramazza a terra, il cambio è la logica conseguenza di un dolore che l’attaccante cileno aveva dimenticato da troppo poco tempo. Entra Arma, qualcosa negli ingranaggi del Toro sembra incepparsi.

Il ritmo si impenna e, stavolta, perchè è il timoniere biancoceleste a chiedere alla sua truppa di spingere sull’acceleratore approfittando del momento di appannamento granata. Così, in sei minuti Morello vede le streghe: prima deve trasformarsi nell’uomo ragno per deviare sulla traversa un colpo da biliardo di Cordova su punizione, poi gli piove addosso la saetta di Possanzini (il suo è un gol d’autore) ed, ultima delle serie, è Rispoli a spuntargli davanti per un raddoppio evitato da Morello in versione Superman. Toro alle corde e con i cerotti perchè proprio nel momento di maggiore difficoltà è la dea bendata a voltare le spalle a Colantuono, costretto alla seconda sostituzione in appena 47 minuti perchè è Pestrin ad alzare bandiera bianca.

Il piccolo, e inadeguato, stadio Rigamonti è una polveriera. Il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, è sommerso dall’onda di casa. Un’onda che si trasforma in sfottò non appena il Brescia vola sul 2 a 0 grazie ad un calcio di rigore realizzato da Caracciolo dopo che Ogbonna aveva steso l’irrefrenabile Possanzini. Il Toro è al tappeto, Colantuono prova la mossa della disperazione chiamando in panchina D’Ambrosio per Scaglia, ma la reazione granata è sterile e confusa come senza idee era cominciato l’assalto, spuntato, dopo l’intervallo. Gasbarroni vaga per il campo, Bianchi c’è, ma non si vede e Arma si rivela troppo timido per un appuntamento così decisivo e si fa notare solo per il colpo vincente sotto porta (il Toro finirà la gara in dieci per il rosso a Barusso). Difficile provare a fare una graduatoria di merito, o meglio, demerito della corazzata granata, affondata senza appello. Il salto in A mancato nasce da lontano, non certo dal rovescio di ieri notte a Brescia.

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