La Storia

3 dicembre 1906: la Fondazione

Leggenda, mito, tradizione, storia. Quella del Toro è, per certi versi, la storia stessa del calcio italiano.

Nella città di Torino, infatti, il calcio arrivò sul finire dell’Ottocento, su iniziativa di industriali svizzeri ed inglesi. Già nel 1891 nel capoluogo piemontese la compagine calcistica dell’Internazionale Torino, presieduta dal Duca degli Abruzzi, svolgeva la sua attività; nel 1894 in città le squadre divennero due, con la fondazione del Football Club Torinese.

Nel 1900 il FC Torinese assorbì l’Internazionale Torino, ma la vera svolta per la squadra, che in quegli anni vestiva una maglia giallonera a strisce verticali, giunse il 3 dicembre 1906. Nella birreria Voigt (oggi bar Norman) in Via Pietro Micca, venne sancita un’alleanza con un gruppo di dissidenti della Juventus, guidati dallo svizzero Alfredo Dick. Dalla fusione tra l’FC Torinese ed il gruppo di dissidenti nacque il Football Club Torino, considerata da molti la più antica società calcistica d’Italia.

Il primo Presidente fu Hans Schoenbrod, giocatore di modesta caratura ma dirigente appassionato, nominato dallo stesso Dick per il primo anno di vita della società. Per molti anni le partite del Torino si disputeranno al velodromo Umberto I, la stessa struttura che l’8 maggio 1898, in occasione dell’Esposizione Internazionale per i cinquant’anni dello Statuto Albertino, ospitò il primo Campionato Italiano di Calcio.La nuova società cambiò i colori sociali in granata, abbandonando i colori giallo-nero a strisce verticali. Sono due le versioni che spiegano l’origine della scelta del granata: per alcuni ad introdurre il nuovo colore sociale fu lo stesso Alfredo Dick, tifoso del Servette, squadra di Ginevra dai colori granata; per altri le ragioni del granata nacquero invece da radici più nobili. In onore del Duca, Presidente Onorario, venne scelto il colore della Brigata Savoia che nel 1706, esattamente duecento anni prima, dopo la vittoriosa liberazione di Torino assediata dai francesi, aveva adottato un fazzoletto color sangue in onore del messaggero caduto per portare la notizia della vittoria.Il primo incontro ufficiale venne giocato il 16 dicembre 1906 a Vercelli contro la Pro Vercelli, e terminò 3-1 per i granata. Il primo derby venne disputato il 13 gennaio 1907: il Toro si impose per 2-1. Un mese più tardi seguirà un’altra vittoria contro la Juventus, questa volta per 4-1.

1907-1915: dai Primi passi alla Grande Guerra

Nei primi campionati disputati il Torino colse un ottimo secondo posto nel 1907, mentre nei tornei successivi i granata si attestarono sempre tra il 3° ed il 4° posto.

Nel 1912 entrò a far parte dello staff tecnico Vittorio Pozzo che nel 1914 porterà il Toro in una tournée transoceanica in Sud America. Si trattò di una cavalcata trionfale, il Toro di Pozzo arrivò a vincere sei partite su sei giocate, con squadre di valore indiscusso quali il Corinthians brasiliano e la Nazionale argentina. Al ritorno dalla vittoriosa tournée i granata trovarono un’atmosfera ben diversa ad attenderli: in Europa stava per scoppiare la Prima Guerra Mondiale.

Nel 1914-15 il Torino si trovava, al termine del campionato, a due punti dal Genoa capolista, nel girone finale a quattro squadre. La sospensione del torneo, per lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, avvenne ad un turno dalla fine, proprio prima di giocare la partita decisiva Genoa-Torino. Il Genoa fu così arbitrariamente dichiarato Campione d’Italia e per il Toro fu un’occasione perduta, se si pensa che nella gara di andata il Torino batté il Genoa per 6-1. Sfumò così la speranza del primo scudetto; alla ripresa del campionato, il momento favorevole dei granata sarebbe svanito.

Da ricordare, in questi primi anni di vita della squadra granata, giocatori come Bachmann I, i quattro fratelli Mosso, Debernardi I.

1927-1928: il primo scudetto

Al termine della guerra il campionato riprese nell’ottobre del 1919. Anche il Torino, come altre squadre, aveva perso molti dei suoi giocatori al fronte. La ripresa fu in sordina, i granata giunsero terzi nel girone piemontese, alle spalle di Pro Vercelli e Juventus. Anche nella stagione 1920/21 non esisteva ancora il Girone unico ma una serie di gironi regionali. Il Torino terminò il suo girone di semifinale del nord Italia a pari merito con il Legnano e divenne necessaria una gara di spareggio.

Quella contro il Legnano sembra sia stata la gara ufficiale più lunga mai giocata in Italia. Al termine dei tempi regolamentari il risultato si attestò sull’1-1, quindi seguirono due tempi supplementari di 30 minuti ciascuno alla fine dei quali il risultato era ancora in parità. L’arbitro decise di far disputare un terzo supplementare ma dopo 8 minuti le squadre, sfiancate, si arresero, si strinsero la mano e rinunciarono a proseguire. La ripetizione, di comune accordo, non venne mai disputata e lo scudetto di quell’anno fu appannaggio della Pro Vercelli, che batté il Pisa nella finalissima.

Negli anni venti cominciano a giocare al Torino i fratelli Martin, quattro come i Mosso. Martin II fu il più forte e disputò ben 359 gare di campionato con la maglia granata. Nella sfida contro il Brescia del 9 novembre 1924, per la prima ed unica volta, tutti e quattro i fratelli Martin (Piero, Cesare, Dario e Edmondo) furono schierati insieme.

Anche Bachmann giocava ancora, mentre Janni era un giovane e promettente giocatore. Il 7 aprile 1922 si dimise Vittorio Pozzo, per motivi familiari e professionali, sostituito dall’ex giocatore Francesco Mosso.

Nel 1924 alla presidenza del Torino venne eletto il Conte Marone Cinzano, che riuscirà a far vivere momenti di gloria alle casacche granata. Fin dall’estate 1925 Cinzano si gettò in operazioni di mercato mirate alla formazione di una squadra molto competitiva. Dall’Argentina arrivò il bomber Julio Libonatti (primo oriundo a vestire la maglia azzurra della Nazionale) e dall’Alessandria Adolfo Baloncieri. Quell’anno il Torino giunse solo secondo alle spalle del Bologna nel proprio raggruppamento, ma Libonatti e Baloncieri mostrarono subito il loro valore, segnando 38 gol dei 67  complessivi della squadra.

L’anno successivo arrivò al Torino dallo Spezia anche la mezz’ala Gino Rossetti, che il Conte Cinzano pagò ben 25.000 lire. Rossetti, assieme a Libonatti e Baloncieri, diede vita al famoso “trio delle meraviglie”, arricchito dalla sagacia tattica del tecnico Tony Cargnelli. Arrivarono anche il portiere Bosia, l’ungherese Balacics, e dal Pisa Enrico Colombari, esterno di classe e sostanza.

L’annata 1926/27 vide l’inaugurazione dello stadio Filadelfia: l’avvenimento venne festeggiato il 17 ottobre del 1926 con una vittoria per 4-0 ai danni della Fortitudo Roma.
La squadra dell’anno 1926/27 era allenata da Schoffer e composta da Bosia, Balacics, Martin II, Colombari, Janni, Sperone, Carrera, Baloncieri, Libonatti, Rossetti, Franzoni. Una grande formazione che infatti si aggiudicò il titolo il 10 luglio 1927, battendo 5-0 il Bologna secondo in classifica. Il titolo venne poi revocato il 3 novembre dello stesso anno, per  un presunto tentativo di corruzione di Allemandi, terzino della Juventus, avvenuto in occasione del derby disputato il 5 giugno del 1927 e vinto dal Torino per 2-1 con gol di Balacics. Si era già alla fine del campionato quando il giornale “Lo sport” di Milano pubblicò la notizia di un broglio a favore del Torino, notizia ripresa dal “Tifone” di Roma ed ampliata da un giornalista che abitava nella stessa pensione di Allemandi.Lo scudetto venne revocato mentre Allemandi fu squalificato a vita. Il titolo italiano nel 1927 non fu assegnato, ma Allemandi fu amnistiato e scontò alla fine solo un anno di squalifica grazie all’ottimo comportamento degli Azzurri alle Olimpiadi di Amsterdam.

L’anno successivo il Torino si riconfermò Campione d’Italia, mettendo a tacere tutte le polemiche. Dopo l’annullamento dello scudetto precedente la squadra reagì con il capitano Baloncieri grande trascinatore. Fu una cavalcata trionfale.  Divennero storiche alcune goleade come l’11-0 al Brescia e al Napoli e il 14-0 alla Reggiana, tutte al Filadelfia. Anche il trio delle Meraviglie non fu da meno: Libonatti, Baloncieri e Rossetti misero a segno rispettivamente 35, 31 e 23 gol, per un totale di 89 reti in tre.

Questa la formazione vincitrice del primo scudetto: Bosia, Martin III, Martin II, Martin I, Colombari, Sperone, Vezzani, Baloncieri, Libonatti, Rossetti, Franzoni. Il tanto atteso tricolore, che il Toro si aggiudicò il 22 luglio pareggiando con il Milan 2 a 2, venne degnamente festeggiato con una tournée-vacanza in Sud America.

Alla gioia per lo scudetto seguì la delusione dell’abbandono del Conte Marone Cinzano, troppo scosso dell’accusa che aveva portato all’annullamento dello scudetto del 1927. Così, nonostante il successo, Cinzano diede le dimissioni dalla presidenza e passò la mano a Giacomo Ferrari.

1929-1949: il Grande Torino

Nel campionato 1928/29 i granata non riuscirono a ripetere l’impresa della stagione precedente: lo scudetto andò al Bologna al termine di uno spareggio deciso da un gol di Muzioli ad otto minuti dalla fine. Fu l’ultimo campionato a due gironi perché dall’anno successivo il campionato si svolse a girone unico, così come lo conosciamo oggi. Nel primo campionato a girone unico vinto dall’Ambrosiana Inter i granata si piazzarono al quarto posto.

Nel frattempo iniziarono a svilupparsi i settori giovanili delle grandi squadre, veri e propri serbatoi di risorse  per le formazioni principali. Il Torino nel 1932 creò, in onore del grande Adolfo Baloncieri che lasciava il calcio, una sezione giovanile a lui dedicata, i “Balon boys”, affidata a Carlo Rocco detto Carlin, che dedicò la sua vita ai giovani calciatori. Da questo grande serbatoio emersero in quegli anni campioni del calibro di Raf Vallone, Federico Allasio, Giacinto Ellena, Cesare Gallea.

All’inizio degli anni ’30 il Toro, dopo l’abbandono del conte Cinzano, vide il succedersi di numerosi presidenti: Ferrari, Vastapane, Gervasio, Mossetto, Silvestri, Cuniberti.

Fu un periodo di instabilità che si rifletterà anche nelle posizioni non brillanti nei campionati di quegli anni: 7° nel 1930/31, 8° nel 1931/32, ancora 7° nel 1932/33, 12°nel 1933/34 e solo 14°, ad un passo dalla serie B, nel campionato 1934/35.

Fu solo dalla stagione 1935/36 che iniziò una rinascita per la squadra: i granata lottarono per il titolo sino a metà del girone di ritorno anche se fu il Bologna a vincere lo scudetto, con un punto di vantaggio sulla Roma. La consolazione per lo scudetto sfumato venne dalla vittoria della prima Coppa Italia, manifestazione che esordì in quella stagione dopo un’edizione sperimentale, vinta dal Vado nel 1922. Furono proprio i granata i primi ad aggiudicarsi il trofeo, con cinque vittorie consecutive ottenute travolgendo 2-0 la Reggiana, 8-2 il Catania con sei reti di Buscaglia, 4-2 il Livorno e 2-0 la Fiorentina. La finale contro l’Alessandria disputata a Genova, fu senza storia: il Toro si impose 5-1 aggiudicandosi il trofeo con doppiette di Galli e Silano ed un gol del bomber Buscaglia.

Nella stagione 1936/37 il Torino cambiò denominazione: da Football Club ad Associazione Calcio. Al termine del campionato si piazzò ancora al terzo posto, dietro il Bologna campione d’Italia per il secondo anno consecutivo, ed alla Lazio. Finalmente, dopo 8 anni di amarezze, i derby tornarono  a tingersi di granata: il Toro ebbe la meglio in entrambe le sfide, vinte per 1-0 all’andata (rete di Galli) e 2-1 al ritorno (ancora Galli e Prato).

Nel torneo 1937/38 i granata chiusero con un anonimo nono posto, e Campione d’Italia fu l’Ambrosiana-Inter. Qualche soddisfazione arrivò dalla Coppa Italia, dove i granata si arresero soltanto in finale.

Buona, invece, la stagione 1938/39, terminata al secondo posto, alle spalle di un Bologna fortissimo che superò i granata di 4 punti. Direttore tecnico era l’ungherese Egri Erbstein, allenatore Mario Sperone, mentre alla squadra si aggiunsero il portiere della Lucchese Olivieri, reduce dai  vittoriosi Mondiali di Francia ’38, e il centravanti Gaddoni, prelevato dal Piacenza.

I Balon Boys continuavano a costituire il serbatoio per la squadra; proprio dal settore giovanile del Torino provenivano i tre campioni che negli anni trenta giocavano sulla linea mediana della squadra e che passarono alla storia come la mediana delle “sei elle”: Allasio, Gallea ed Ellena. Gallea ed Ellena giocarono anche con Grezar, Loik e Mazzola, l’embrione di quello che sarebbe diventato il “Grande Torino”. Giacinto Ellena fu prima giocatore, poi allenatore, preparatore, osservatore e grande tifoso del Toro, continuando a dedicarsi alla società ancora ultraottuagenario.

Nel campionato 1939/40 i granata terminano al quinto posto, il titolo fu dell’Ambrosiana Inter.  Ma l’arrivo più importante fu quello di Ferruccio Novo, che acquisì la società dall’ingegnere Cuniberti. Si trattò di una vera e propria svolta per la società granata; Ferruccio Novo, grazie alle sue doti di mecenate ed attento amministratore e con l’aiuto di validi elementi quali Janni, Ellena e Sperone, riuscì a costruire la squadra nota a tutti come “Grande Torino”, ancor oggi inimitabile.

La prima dell’era “Novo” fu una stagione di studio. Arrivarono il difensore Piacentini edil centravanti Franco Ossola: il Varese lo lasciò partire per ben 55.000 lire, cifra rilevante per il mercato dell’epoca.

Nel campionato 1940/41 il Torino fu settimo, con l’allenatore austriaco Tony Cargnelli. Bologna ancora Campione d’Italia, mentre capocannoniere granata si laureò subito Ossola con 15 reti in 22 partite.

Nell’estate ’41 il presidente acquistò Menti II dalla Fiorentina, Ferraris II dall’Inter e tre giocatori dalla Juventus: Bodoira, Borel e Guglielmo Gabetto, detto “Il Barone”. Nella stagione 1941/42 il Torino di Andrea Kutik si piazzò secondo, a tre punti dalla Roma, pur potendo vantare il miglior attacco del torneo con 60 reti segnate.

Ma Novo non era ancora soddisfatto. Per il campionato 1942/43 ingaggiò Loik e Mazzola dal Venezia, Grezar dalla Triestina e affidò la direzione tecnica della prima squadra a Janni, che sostituì Kutik. I granata partirono male subendo due sconfitte consecutive contro l’Ambrosiana ed il Livorno, ma nel derby della terza giornata batterono 5-2 la Juve. Il torneo fu un lungo testa a testa tra Torino e Livorno, risolto solo all’ultima giornata, grazie al gol decisivo di Valentino Mazzola che andò a segno contro il Bari: Torino 44 punti, Livorno 43.

Dopo 15 anni il Torino vinse di nuovo lo scudetto, il primo dei cinque consecutivi. Nella stagione 1942/43 il Toro si aggiudicò anche la seconda Coppa Italia con un record senza precedenti: 5 vittorie su 5 partite contro Anconetana, Atalanta, Milan, Roma e Venezia, 20 reti fatte e 0 subite.

A causa della seconda guerra mondiale il campionato del 1944 venne diviso in due gironi: i bombardamenti rendevano difficile lo spostamento delle squadre. Il Torino assunse il nome Torino-Fiat e schierò anche Silvio Piola al fianco di Mazzola e Gabetto. Lo scudetto di guerra lo vinse, a sorpresa, il 42° Reggimento dei Vigili del Fuoco di La Spezia, in finale contro il Torino, sconfitto 2-1.

Il campionato cercò di tornare lentamente alla normalità a partire dalla stagione 1945/46: il torneo, tornato su scala nazionale, prevedeva ancora una prima fase territoriale, figlia delle difficoltà logistiche che ancora la facevano da padrone in Italia. I granata trionfarono ampiamente nel girone eliminatorio e andarono poi a conquistare lo scudetto battendo la Juventus nello scontro diretto alla penultima giornata e cucendosi definitivamente al petto il tricolore negli ultimi novanta minuti, quando rifilarono nove reti al Livorno, mentre i cugini bianconeri non andarono oltre il pari a Napoli. E’ il secondo scudetto dell’era Novo, il terzo della storia del Toro.

Ancora più roboante il successo nella stagione successiva, quella del 1946/47: i granata partirono bene e terminarono meglio. Se fino a metà campionato i giochi rimasero aperti, non così avvenne nella seconda parte del torneo, quando Mazzola e compagni inanellarono una striscia di sedici risultati utili consecutivi (di cui 14 vittorie) e si aggiudicarono così nuovamente lo scudetto. Il Torino era una squadra che giocava bene, divertiva e faceva sognare. L’attacco quell’anno risultò stellare: 104 reti segnate, quasi tre gol a partita di media, e Mazzola che a fine anno conquistò la palma di capocannoniere.

Quello della stagione 1947/48 fu non solo il miglior Toro di tutti i tempi, ma anche una delle più forti squadre di sempre. La classifica dei bomber fu vinta da Boniperti con 27 reti, Mazzola ne segnò 25 e Gabetto 23. Questi i primati stabiliti dai granata nella stagione 1947/48: massimo punteggio in classifica, 65 punti in 40 gare; massimo vantaggio sulle seconde classificate, 16 punti a Milan, Juve e Triestina; vittoria in casa più netta, 10-0 all’Alessandria; 29 vittorie complessive su 40 partite giocate; maggior sequenza di gare utili, 21 partite senza mai perdere, dalla ventesima alla quarantunesima, con 17 vittorie e 4 pareggi; maggior numero di punti in casa, 39 su 40; 19 partite vinte su 20 al Filadelfia; maggior numero di reti segnate, ben 125; minor numero di reti subite, solo 33.Per il campionato 1948/49 il Torino si affidò al nuovo allenatore inglese Leslie Lievesley. Si trattò di un torneo combattuto, Inter e Milan principali avversarie dei campioni d’Italia. Il Torino terminò il girone d’andata in testa alla classifica a pari merito con il Genoa. Il 30 aprile a S. Siro il Torino, in vantaggio di quattro punti nel campionato, pareggiò (0-0) con l’Inter, ponendo un’ipoteca decisiva per la conquista dell’ennesimo scudetto. Poi la squadra si fermò a Milano: i granata erano attesi martedì 3 maggio da una gara amichevole a Lisbona contro il Benfica.

4 maggio 1949: la tragedia di Superga

La sequenza trionfale del Grande Torino si interruppe tragicamente il 4 maggio 1949 alle ore 17,05. I giocatori del Torino tornavano a casa da una trasferta a Lisbona per una partita contro il Benefica, concordata tra i due capitani delle squadre.

Mazzola e Ferreira si erano conosciuti in occasione della gara tra Italia e Portogallo giocata a Genova. Ferreira chiese a Capitan Valentino di disputare con un’amichevole contro il Torino in occasione del suo addio al calcio. Mazzola si disse d’accordo e l’intesa fu presto raggiunta. L’incontro fu fissato per martedì 3 maggio 1949 ed il Torino ottenne dalla Federazione il permesso di anticipare al 30 aprile la sfida con l’Inter.

La gara contro il Benfica fu una vera amichevole, la formazione granata sconfitta 4-3 con grandi applausi al capitan Ferreira che abbandonava il calcio, in uno stadio gremito da quarantamila persone.

Il giorno seguente, il 4 Maggio, l’intera squadra salì sul trimotore I-Elce per fare ritorno a casa. Il tempo era pessimo con nuvole basse e pioggia battente. Dopo l’ultimo contatto con la stazione radio, forse a causa del maltempo o di un guasto all’altimetro, l’aereo si schiantò contro la Basilica di Superga, avvolta in una fitta nebbia. Erano le 17,05 del 4 maggio 1949.

Lo sgomento fu enorme ed il compito più triste di tutti toccò a Vittorio Pozzo, che dovette procedere al riconoscimento delle salme dei suoi ragazzi. Nella tragedia di Superga perirono trentuno persone fra atleti, dirigenti, giornalisti e membri dell’equipaggio.

Nell’incidente persero la vita: i giocatori Valerio Bacigalupo, Aldo Ballarin, Dino Ballarin, Emile Bongiorni, Eusebio Castigliano, Rubens Fadini, Guglielmo Gabetto, Ruggero Grava, Giuseppe Grezar, Ezio Loik, Virgilio Maroso, Danilo Martelli, Valentino Mazzola, Romeo Menti, Piero Operto, Franco Ossola, Mario Rigamonti, Giulio Schubert e gli allenatori Egri Erbstein, Leslie Levesley, il massaggiatore Ottavio Cortina con i dirigenti Arnaldo Agnisetta, Andrea Bonaiuti ed Ippolito Civalleri.

Morirono inoltre tre dei migliori giornalisti sportivi italiani: Renato Casalbore (fondatore di Tuttosport), Renato Tosatti (Gazzetta del Popolo) e Luigi Cavallero (La Stampa) ed i membri dell’equipaggio Pierluigi Meroni, Celeste D’Inca, Celeste Biancardi e Antonio Pangrazi.

Una lunga, ininterrotta processione rese omaggio alle bare allineate a Palazzo Madama e mezzo milione di persone partecipò ai funerali il 6 maggio 1949. L’intera città di Torino si strinse attorno alla squadra, vero simbolo di un’epoca.

Erano presenti alle esequie rappresentanze di tutte le squadre italiane e di molte squadre straniere, un giovane Andreotti in nome del governo ed il Presidente della Federazione Gioco Calcio, Ottorino Barassi, che fece l’appello della squadra come dovesse scendere in campo. Scrisse Indro Montanelli: “Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede. E così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto: è soltanto in trasferta.”

Di quella grande squadra si salvarono solo tre giocatori che per svariati motivi non parteciparono alla trasferta portoghese: il secondo portiere Renato Gandolfi che cedette il posto a Dino  Ballarin, Sauro Tomà infortunato al ginocchio e Luigi Gandolfi, un giovane del vivaio granata. Si salvarono anche Ferruccio Novo, alle prese con una brutta broncopolmonite, ed il grande telecronista Nicolò Carosio che rimase a casa per la cresima del figlio.

La stagione 1948/49 fu portata a termine dalla formazione giovanile del Torino, che disputò le restanti quattro gare contro le formazioni giovanili delle altre squadre. Il Torino vinse tutte le rimanenti partite, chiudendo il campionato 1948/49 con 60 punti, cinque di vantaggio sull’Inter, seconda in classifica. Ma fu un trionfo amaro, segnato dall’indelebile ricordo della tragedia.

Il 26 maggio 1949 venne organizzata allo stadio Comunale una partita il cui incasso era destinato ai familiari delle vittime.

Contro il grande River Plate si schierò il Torino Simbolo, un gruppo di undici fuoriclasse prestati da tutte le squadre, che indossarono la maglia granata. Per il Toro giocarono Sentimenti IV, Manente, Furiassi, Annovazzi, Giovannini, Achilli, Nyers, Boniperti, Nordhal, Hansen, Ferrari II, Lorenzi, mentre stella degli argentini era Di Stefano. In un Comunale al limite della capienza la partita-spettacolo terminò 2-2.

Aveva così inizio il dopo-Superga.

Gli anni ’50 e ’60

La ripresa della squadra, dopo la grande tragedia, fu difficilissima. Ferruccio Novo, ancora alla presidenza, ripartì dal settore giovanile per preparare, nella stagione 1949/50 un Torino dignitoso.

Arrivarono Beniamino Santos, mezz’ala argentina, gli svedesi  Hjalmarsson e Bengtsson oltre a Carapellese ed al portiere Bepi Moro. Della squadra dell’anno precedente restavano Sauro Tomà e Luigi Giuliano, proveniente dal vivaio. In quell’anno la Juventus si aggiudicò lo scudetto. Il Toro concluse la stagione al sesto posto, con un grande Santos autore di 27 reti.

La stagione successiva 1950/51 segnò l’inizio di un periodo tormentato, i granata si salvarono alla penultima giornata. Allo stesso modo nell’anno successivo, sempre con Mario Sperone al comando, il Torino giunse alla sospirata salvezza solo all’ultima giornata, con uno 0-0 in casa contro l’Udinese.

Il Torino fu la prima società in Italia ad avere una tifoseria organizzata ufficialmente. Proprio nel 1951, infatti, nacque il “Gruppo Sostenitori Granata”, primo vero gruppo organizzato in Italia.

Nel 1952 arrivò un giocatore che si rivelò fondamentale per gli anni successivi: il tedesco Horst Buhtz. Il campionato 1952/53, con Jesse Carver come allenatore e Buhtz leader in campo, vide il Toro piazzarsi al decimo posto, con 31 punti in 34 gare. L’anno successivo, Ussello allenatore e Jesse Carver direttore tecnico, il Torino chiuse al 9° posto, con 33 punti e Buhtz vero goleador con 11 reti

Seguì un periodo negativo, con l’abbandono di Novo sostituito prima da un comitato di reggenza e poi da Teresio Guglielmone.

Nelle due annate successive 1954/55 e 1955/56 i granata si piazzarono al nono posto. Nel ‘56 Guglielmone lasciò la presidenza a Mario Rubatto, Buhtz lasciò la squadra ma arrivarono Armano, Ricagni, Arce, Tacchi e Jeppson grazie ai quali il Toro chiuse il campionato al quinto posto.

Rubatto portò la squadra a giocare al Comunale e concluse un contratto con lo sponsor cioccolato Talmone: la squadra si chiamerà da questo momento Torino Talmone. Proprio con questo nome, nonostante l’arrivo di Lido Vieri in porta, il Toro concluse il campionato 1958/59 in diciassettesima posizione, con 23 punti. Fu la prima retrocessione in Serie B.

Nel 1959 arrivò alla presidenza Luigi Morando che riuscì a riportare subito il Toro in serie A (1959/60) ed eliminò la dizione Talmone dal nome della squadra. L’anno successivo (1960/61) settima piazza per la squadra, seguirono anni di piazzamenti 12° (1960/61), 7° (1961/62), 10° (1962/63) ed ancora 7° (1963/64).

Nel 1963 arrivò alla presidenza Orfeo Pianelli, che rimpiazzò Angelo Filippone. Arrivarono anche Nereo Rocco in panchina, Puia, Albrigi e Moschino ed ancora il grande Gigi Meroni, la farfalla Granata. Nel Campionato 1964/65 il Torino ottenne il miglior piazzamento del dopo-Superga, terzo dietro Inter e Milan con 44 punti. Anche in Coppa delle Coppe il Toro si fece onore arrivando alla semifinale dove venne sconfitto dal Monaco 1860.

Nei due campionati successivi la squadra si dovette accontentare di un 10° e di un 7° posto. Nel 1967 una nuova finale di Coppa Italia, persa contro la Roma (andata 0-0 e ritorno 1-0).

Il campionato 1967/68 si aprì con un cambio di allenatore, Edmondo Fabbri sostituì Rocco, contestato dai tifosi per il gioco troppo difensivista.

Un altro tragico lutto si abbattè sul Torino: la morte dell’amato attaccante Gigi Meroni.

Il 15 ottobre del 1967, dopo la gara giocata e vinta contro la Sampdoria allo Stadio Comunale, Meroni venne travolto e ucciso da un auto in Corso Re Umberto, a Torino. Una vera tragedia per la squadra e per i tifosi. Il derby giocato la settimana successiva fu vinto 4 a 0 con rabbia e disperazione dai compagni di squadra di Meroni. Il Toro chiuse poi il campionato al settimo posto.

A risollevare gli animi arrivò il terzo trionfo nella Coppa Italia: i granata si aggiudicarono il torneo battendo Milan, Inter e Bologna.

Il campionato 1968/69 si chiuse con il Toro solo al sesto posto ma la squadra stava crescendo, grazie all’apporto di Rampanti, Mondonico, Agroppi e soprattutto di Paolo Pulici, che segnò il suo primo gol in serie A il 6 aprile 1969 contro l’Inter.

Furono anni di piazzamenti a metà classifica nei campionati, un settimo posto nel 1969/70 ed un ottavo nel 1970/71. Ma nel 1971 arrivò una nuova vittoria in Coppa Italia, la quarta. I granata batterono il Milan ai rigori nella finalissima. Vero eroe Castellini, in grado di parare due rigori a Rivera.

1975-1976: il Torino vince il campionato

Nel 1971 il posto di allenatore venne preso da Gustavo Giagnoni ed il Torino arrivò terzo in campionato, ad un solo punto dallo scudetto.

Seguì un campionato in tono minore, ed il Toro concluse la stagione 1972/73 al sesto posto, con Pulici per la prima volta a capo della classifica cannonieri: 17 reti al suo attivo.

Nella stagione 1973/74 esordì in serie A anche Ciccio Graziani (il 18 novembre del 1973, Sampdoria – Torino) che al termine della stagione arrivò a quota 6 gol. La squadra, guidata da Mondino Fabbri  terminò il campionato al quinto posto.

L’anno successivo, ancora con Fabbri in panchina, il Toro chiuse al sesto posto, con 34 punti al termine del campionato.

La stagione 1975/76 si aprì con un cambio di allenatore: Radice in panchina ed una squadra fortissima, arricchita dall’arrivo di Caporale, Pecci e Patrizio Sala. Una stagione entusiasmante, segnata dai “gemelli del gol” Graziani e Pulici, serviti dagli assist di Claudio SalaIl Toro si aggiudicò lo scudetto con 45 punti, due di vantaggio sulla Juventus. Il titolo arrivò al termine di una rimonta ai danni proprio della Juve, che in primavera aveva 5 punti di vantaggio sul Toro. Ma tre sconfitte consecutive dei bianconeri, la seconda delle quali proprio nel derby di ritorno, consentirono al Toro il sorpasso. L’ultima giornata, con il Torino in vantaggio di un punto e, fino ad allora, sempre vittorioso al Comunale, terminò con un pareggio con il Cesena di Marchioro e con la sconfitta della Juve a Perugia.Era il settimo scudetto, festeggiato da settantamila tifosi in delirio per il titolo, conquistato 27 anni dopo Superga. Pulici si aggiudicò anche il titolo di capocannoniere, con 21 reti, seguito da Graziani, con 15 gol. La formazione era: Castellini, Santin, Salvadori, Patrizio Sala, Mozzini, Caporale, Claudio Sala, Pecci, Graziani, Zaccarelli, Pulici.

Dopo un’immensa gioia un altro grande dolore: l’8 novembre morì prematuramente Giorgio Ferrini, il Capitano per eccellenza, vittima di due consecutive emorragie celebrali.

“Capitan Ferrini”, grande centrocampista, aveva abbandonato l’attività agonistica nel 1974/75 dopo aver disputato con la squadra granata 16 campionati consecutivi, giocato un totale di 566 partite e realizzato 53 gol.

Il duello con la Juve si ripetè l’anno successivo. Anche la stagione 1976/77 vide un Toro in grande forma, un campionato eccezionale con la conquista di 50 punti, che non bastarono però a laurearsi campioni di Italia. La Juventus finì a 51 punti. Pulici e Graziani furono autori rispettivamente di 21 e 16 reti. I granata vennero eliminati agli ottavi di finale di Coppa dei Campioni dal Borussia Moenchegladbach, dopo una sconfitta 1-2 al Comunale ed il pari in Germania per 0-0 (in 8 contro 11 e con Graziani in porta).

Nel 1977/78 il Torino arrivò di nuovo secondo, a pari merito col Vicenza di Paolo Rossi, ancora dietro alla Juventus. Si giunse così agli anni ’80 con due campionati meno brillanti, un po’ di appannamento dei giocatori, molte cessioni (Castellini, Mozzini, Santin) e Rabitti sulla panchina al posto di Radice. Nel 1978/79 il Toro si piazzò in quinta posizione, mentre i granata conclusero la stagione 1979/80 al quarto posto e con l’amaro in bocca per la finale di Coppa Italia persa contro la Roma ai rigori.

Gli anni ’80 e la finale contro l’Ajax

Nel torneo 1980/81 si aprirono le frontiere e ritornarono in Italia gli stranieri. Il Toro si aggiudicò l’olandese Van de Korput, prelevato dal Feyenoord. Rabitti prima e Cazzaniga poi guidarono un Toro non entusiasmante, con un ottimo girone d’andata ed un pessimo girone di ritorno, in cui il Toro riuscì nell’”impresa” di non segnare nemmeno un gol in 7 partite. Nello stesso anno fu ancora finale di Coppa Italia, ancora contro la Roma ed ancora ko ai calci di rigore.

Il campionato 1981/82 vide il doloroso addio di Pecci e Graziani e la squadra affidata a Giacomini, che attinse a piene mani dal vivaio del Toro. Il Torino arrivò a schierare 9-10 giocatori provenienti dal vivaio. Alla fine per il Toro ci fu l’ottavo posto ed una nuova finale di Coppa Italia, nuovamente persa, questa volta contro l’Inter di Bersellini (sconfitta 1-0 a San Siro e pareggio 1-1 al Comunale).

Dopo le contestazioni lasciò anche Orfeo Pianelli, sostituito da Sergio Rossi, che creò una squadra tutta nuova (anche Pulici lasciò la squadra, andando all’Udinese dopo 134 gol in campionato con la maglia granata). Arrivarono Selvaggi, Hernandez, Galbiati, Borghi, Corradini, Torrisi. Tornò il sostegno dei tifosi, e gli abbonamenti raddoppiarono. Il campionato 1982/83 si concluse con un ottavo posto. Nel derby di ritorno il Toro passò da 0-2 a 3-2, segnando tre reti (Dossena, Bonesso e Torrisi) sotto la Maratona in tre minuti e mezzo.

Solo un quinto posto per la stagione 1983/84, segnata dall’acquisto di Schachner da parte di Sergio Rossi.

L’anno successivo vide il ritorno di Radice sulla panchina ed un grande colpo di mercato: il brasiliano Junior, autentico trascinatore del centrocampo. Il Torino disputò un grande campionato 1984/85, secondo dietro il Verona, con Serena e Schachner in attacco e Junior, Zaccarelli e Dossena a centrocampo. Ancora spettacolo al derby, con Serena che segnò al 90° il gol della vittoria.

Il campionato 1985/86 non fu di vertice, ma portò comunque un dignitoso quinto posto. Nelle coppe, dopo aver battuto il Panathinaikos, i granata di Radice non riuscirono a superare l’ostacolo Hajduk Spalato.

Nel 1986/87 Radice richiamò Cravero dal prestito al Cesena e dal vivaio giunsero Lentini e Fuser, due talenti destinati anche alla maglia azzurra. Con Lorieri in porta e con la punta olandese Kieft, il Toro si piazzò all’undicesimo posto. Il campionato venne vinto dal Napoli, per la prima volta nella sua storia.

La stagione 1987/88 si aprì con l’addio di Rossi, sostituito dal duo Gerbi – Definis. Se ne andarono anche Dossena, Zaccarelli e Junior mentre in attacco giunse Tony Polster, autore di un’ottima stagione. Era il Torino di Cravero, Ezio Rossi, Crippa, Comi, Sabato: una buona squadra, che terminò settima in campionato. La finale di Coppa Italia contro la Sampdoria terminò con una sconfitta.

Nella stagione 1988/89 gli acquisti di Muller, Edu e Skoro avevano fatto pensare ad un grande Toro: invece fu retrocessione in serie B. Radice venne contestato fin dall’inizio, al suo posto subentrò a dicembre Claudio Sala ma la squadra non reagì, gli stranieri non giravano e la squadra scivolava sempre più in basso in classifica. Sala fu a sua volta sostituito da Vatta nelle ultime cinque giornate ma non ci fu nulla da fare: Toro in B 30 anni dopo la prima volta.

Nel marzo 1989 il Torino fu comprato da Borsano che costruì subito una squadra in grado di risalire in A. Fascetti in panchina ed in campo tra gli altri Marchegiani, Policano, Romano, Muller e Cravero. Nel maggio 1990, con la vittoria per 3-0 sul Messina, il Torino di Borsano rientrò in serie A e salutò il vecchio Comunale: dalla stagione successiva si sarebbe giocato al Delle Alpi. Da segnalare il 7-0 al Pescara e ben 16 vittorie con 51 reti segnate in 19 partite interne.

Nel campionato 1990/91  la squadra, guidata  da Mondonico e con giocatori del calibro di Martin Vazquez e Fusi, chiuse il campionato al quinto posto, piazzamento che valse il pass per la Uefa. La ciliegina sulla torta fu la Mitropa Cup, che il Toro si aggiudicò superando al Delle Alpi il Pisa per 2-1 dopo i tempi supplementari.Nel 1991/92 i tifosi entusiasti sottoscrissero oltre 26.000 abbonamenti. Un attacco a cinque stelle con Lentini, Scifo, Casagrande, Martin Vazquez e Bresciani portò ad un terzo posto in campionato ma soprattutto alla finale di Coppa Uefa contro l’Ajax nel 1992. Il Toro arrivò in semifinale  contro il Real Madrid dopo aver eliminato KR Reykjavik, Boavista, Aek e Bk 1903. Il 15 aprile fu una giornata indimenticabile. Al Delle Alpi il Toro ribaltò l’1-2 del Santiago Bernabeu ed eliminò il Real Madrid con un perentorio 2-0 acquisendo il diritto di partecipare alla finale contro l’Ajax. Il confronto con la squadra olandese si giocò il 29 aprile a Torino e finì 2-2 (doppietta di Casagrande). Il 13 maggio del 1992 si giocò la partita di ritorno ad Amsterdam che terminò con uno 0-0  dopo 3 pali del Toro, uno dei quali al 90°: la Coppa venne vinta dall’Ajax.

1992 – 2005: gli anni duri

L’inizio del campionato 1992/93 fu contrassegnato da grossi problemi economici che portarono la società sull’orlo del crack. Venero venduti  i pezzi pregiati della rosa: le bandiere Cravero e Benedetti e l’amato Lentini, per la cessione del quale si scatenò una vera rivolta.

Nonostante i grossi problemi i ragazzi di Mondonico condussero un campionato dignitoso, terminato al nono posto. Arrivò anche il quinto successo in Coppa Italia. Dopo aver  eliminato la Juve in semifinale, il Toro affrontò la Roma all’Olimpico, battendola per 3-0. Al ritorno la Roma, con un arbitraggio a dir poco discutibile, usufruì di ben tre rigori. La partita terminò 5-2 e la Coppa andò al Torino. La formazione vincitrice del trofeo era  composta da Marchegiani, Bruno, Mussi, Fortunato, Cois, Fusi, Sordo, Venturin, Aguilera, Scifo, Silenzi.

Borsano al termine del campionato lasciò la squadra, sostituito da Goveani. Nel 1993/94 i granata furono ottavi in Serie A, e Silenzi  realizzò 17 reti. Ai quarti di finale di Coppa delle Coppe il Toro fu eliminato dall’Arsenal.

Nella primavera del 1994 toccò a Gian Marco Calleri rilevare la società. Sulla panchina non sedeva più Mondonico ma Rosario Rampanti, esonerato dopo tre giornate per Nedo Sonetti. I granata disputarono un ottimo campionato. Partito infatti con l’obiettivo  di non retrocedere, il Toro lottò per la Coppa UEFA ma non centrò la qualificazione, mentre riuscì nell’impresa di vincere entrambi i derby, grazie ad un Rizzitelli stratosferico: 4 gol in due stracittadine e 19 reti totali a fine campionato.

La stagione successiva 1994/95 vide confermato Sonetti con Pelé, Angloma e Rizzitelli ai quali si aggiunsero Hakan e Milanese. Sembrava una buona squadra ma fu una vera delusione: il campionato partì male e finì nel peggiore dei modi.  A dicembre dopo la sconfitta nel derby per 5-0 Sonetti venne sostituito da Scoglio, a sua volta allontanato per Lido Vieri che concluse la stagione. Il Toro si piazzò al 16° posto finendo in serie B. Sarà l’inizio di uno dei periodi più bui della storia granata.

Seguirono tre campionati in B. Nel 1996/97 il tecnico Sandreani non aveva grossi nomi a sua disposizione: partirono Milanese, Rizzitelli, Angloma e Abedì Pelé.Il Toro concluse al nono posto, guidato ancora da Lido Vieri che sostituì Sandreani. Per la prima volta, dopo una retrocessione, il Toro rimarrà in serie B. Calleri, nei primi mesi di marzo, cedette la società ad una cordata di imprenditori genovesi capitanata da Massimo Vidulich.

L’anno successivo lo spareggio contro il Perugia negò al Toro, guidato all’inizio della stagione da Souness e poi da Reja, la gioia del ritorno in A. Nella gara di spareggio a Reggio Emilia, in 10 uomini dal 7′ del primo tempo, il Toro si arrese solo ai rigori dopo aver colpito un palo con Dorigo. La delusione fu atroce, il terzo anno di B era realtà ma, nonostante questo, la squadra uscì dallo stadio tra gli applausi e le lacrime degli 11.500 granata presenti.

La promozione arrivò solo nella stagione 1998/99, con i granata allenati ancora Mondonico. Il Torino chiuse il campionato al secondo posto dietro il Verona e dopo tre anni tornò in serie A; per le vie di Torino si scatenò una festa d’altri tempi.

La gioia purtroppo durò poco, la stagione 1999/00 partì con l’obiettivo salvezza, e la squadra sembrava sufficientemente attrezzata,  ma le cose andarono in modo diverso. Il 7 maggio del 2000 il Torino perse con il Lecce  per 2-1 la partita decisiva per la salvezza e retrocedette nuovamente in serie B. La società fu acquistata da Cimminelli che nominò presidente Romero.

Alla guida del Torino arrivò Simoni, ma l’inizio stagione non fu dei migliori ed il Toro sembrò addirittura rischiare la C. Giancarlo Camolese, tecnico della Primavera, fu allora chiamato a dirigere la squadra. Il Toro, con otto successi consecutivi e dieci vittorie in trasferta, riuscì a risollevarsi terminando il campionato 2000/01 con 73 punti. Grande festa popolare per le vie di Torino: era di nuovo serie A.

Il campionato 2001/02 si chiuse per i granata all’11° posto e con il diritto a partecipare all’Intertoto. Di quel campionato va ricordato il pareggio nel derby della 7° giornata: al termine del primo tempo il Toro era sotto di tre reti ma con una straordinaria rimonta i granata pareggiarono le sorti dell’incontro. A due minuti dallo scadere lo juventino Salas fallì un calcio di rigore (con la famosa “buca” di Maspero) ed il derby  finì 3-3.

Il 2002/03 fu una stagione molto deludente, l’esonero di Camolese e l’ingaggio di Ulivieri non bastarono ad evitare l’ultimo posto in campionato e ad una nuova retrocessione in serie B.

Nel campionato 2003/04 il Toro, guidato da Ezio Rossi, arrivò lontanissimo dalla zona promozione e in un anonimo centro classifica. La disaffezione del popolo granata era chiara: il 29 maggio al Delle Alpi contro il Treviso, si registrarono 899 spettatori, un dato che si commenta da solo.

Il Torino conquistò il ritorno in serie A nel giugno del 2005, primo in Serie B con 74 punti a pari merito con Genoa, Empoli e Perugia ma terzo per la classifica avulsa. Si dovette andare ai play off. In finale contro il Perugia i granata vinsero al Curi per 2-1 e vennero sconfitti al Delle Alpi per 0-1 davanti a 53.937 spettatori: il Torino era tornato in serie A.

Ma i guai stavano per cominciare: l’iscrizione al campionato di serie A venne negata a causa di mancanza di garanzie economiche. Si aprì un periodo intenso di trattative e ricorsi, al termine del quale una cordata di imprenditori, attraverso la Società Civile Campo Torino, presentò la domanda per l’ammissione al Lodo Petrucci, procedura che, qualora la squadra di una città non abbia i requisiti per l’iscrizione al campionato di competenza, consente l’attribuzione ad una nuova società del titolo sportivo per partecipare al campionato di una categoria inferiore (nel caso la B) rispetto a quello di pertinenza della società non ammessa (la A).

Grazie anche alla sponsorizzazione della azienda municipalizzata SMAT (Società Metropolitana Acque Torino) venne concluso l’inter  burocratico e la nuova “Società Civile Campo Torino” venne ammessa al campionato di serie B.

Il 19 Agosto nel bar Norman (gli stessi locali nei quali fu fondato il Torino, un tempo occupati dalla birreria Voigt), durante la conferenza stampa che avrebbe dovuto vedere la presentazione del nuovo organigramma societario, venne  annunciata la cessione della proprietà all’editore Urbano Cairo, che aveva  lanciato una proposta di acquisto.

Cairo, dopo trattative che sembrarono interminabili a causa delle comparsa di nuovi interlocutori, il 2 settembre acquisì la società. Da quel momento si trattò di una corsa contro il tempo, la data di inizio campionato era fissata per il 10 settembre: una sola settimana per creare da zero una compagine calcistica in grado di disputare, con onore, il campionato di serie B.

2005-2012: La presidenza di Urbano Cairo

Il nuovo Torino, ufficialmente acquisito da Cairo il 2 settembre, deve disputare il 10 settembre la sua prima giornata del campionato di serie B.

In tempi ristrettissimi bisogna costruire una squadra degna della tradizione granata. In appena sette giorni sono acquistati dieci giocatori. A Rosina, Stellone, Taibi, Balestri, Nicola, Fantini, Edusei, Longo, Orfei si aggiunge Roberto Muzzi, che firma per il Toro un minuto prima della chiusura del mercato. La formazione viene affidata al tecnico Gianni De Biasi.

Per il primo scontro con l’Albinoleffe al Delle Alpi accorrono in trentamila per incitare il nuovo Torino. Davanti ad una Maratona in festa, al sedicesimo del primo tempo, il piemontese Enrico Fantini, sigla la prima e decisiva rete della stagione del Torino Football Club, nel frattempo trasformatosi in S.p.A.

Nonostante i giocatori abbiano effettuato la preparazione pre-campionato con squadre differenti, il Toro dimostra subito buone capacità di gioco. La battuta d’arresto con l’Atalanta a Bergamo (2-1) non frena l’entusiasmo della squadra, che colleziona 9 risultati utili consecutivi. A novembre le vittorie della squadra con Modena (2 –1) e Verona (2 –1) entusiasmano i tifosi anche se nessuno, per preciso volere del Presidente, nomina mai la “Serie A”. Alla fine del girone d’andata il Torino è  terzo.

Dal mercato di gennaio arrivano Lazetic, Gallo, Melara, Ferrarese, Vryzas ed Abbruscato, giocatori di qualità che però inizialmente  faticano ad integrarsi con il resto della squadra. Nel girone di ritorno nelle prime 11 partite il Torino riesce ad ottenere solo 10 punti e dopo la sconfitta a Piacenza per 1 a 0  scivola al settimo posto, fuori dalla zona play-off. Il Presidente fa comunque muro contro le critiche sostenendo la squadra e l’allenatore De Biasi.

Il 18 marzo al Delle Alpi contro il Mantova la Maratona sostiene la squadra esponendo lo striscione “Fino all’ultima goccia di sudore”. Il Toro vince 2-0 con gol di Muzzi e Ferrarese ed inizia la rimonta. Seguono altre due vittorie, con il Cesena (1-2 con gol di Nicola e Martinelli) e con il Catania (2 –1 con gol di Abbruscato e Rosina).

La sconfitta contro il Modena al novantunesimo  non frena il Torino che infila sei fantastiche vittorie nelle ultime sei partite: 0-1 a Verona (Stellone), 1-0 con l’Avellino (Melara), 2-0 a Trieste (doppietta di Stellone), 1-0 con il Rimini (Rosina), 1-0 a Brescia (Abbruscato) ed un esaltante 3-0 alla Cremonese (con doppietta di Vryzas e prima rete del giovane  Vailatti, proveniente dal vivaio granata).

Il Toro, conclusa la stagione regolare al terzo posto con 76 punti, deve per la seconda volta consecutiva disputare i play-off.  Mantova (quarto a 69 punti), Modena (quinto a 67 punti) e Cesena (sesto a 66 punti) contendono al Torino il terzo posto valido per l’accesso alla serie A.  Nella gara di andata  con il Cesena il Toro pareggia 1- 1 con gol di Longo. La gara di ritorno si gioca al Delle Alpi dove  più di trentamila tifosi spingono il Toro alla vittoria per 1 – 0 (gol di Balestri, alla prima rete stagionale).

L’avversario in finale è il Mantova, uscito vincitore dallo scontro con il Modena. All’andata a Mantova dopo l’iniziale vantaggio di Longo arrivano quattro reti mantovane (di cui due su rigore) a cui rimedia solo in parte il gol al 74’ di Abbruscato.

Al ritorno a Torino i quasi sessantamila tifosi assiepati sugli spalti del Delle Alpi credono fortemente nella rimonta. Il Torino schiera  Taibi in porta, Nicola, Brevi, Doudou e Balestri in difesa, Lazetic, Gallo, Longo e Rosina a centrocampo, Muzzi ed Abbruscato in attacco. Cairo è in panchina, vicino ai giocatori e al mister.

Rosina al 36′ segna il gol del vantaggio su rigore e Muzzi al 63′ la seconda rete che consente al Torino di accedere ai supplementari. Nella bolgia del Delle Alpi  Nicola al 95′ riesce ad insaccare di testa portando il risultato sul 3 -0:  il sogno si sta avverando.

Il Mantova non si dimostra un avversario facile, Poggi su rigore porta il risultato sul 3 a 1. Negli ultimi e concitati minuti il Toro, rimasto in 10 per l’espulsione di Fantini subito dopo il suo ingresso in campo, difende fino all’ultimo la sua porta e la promozione in A. All’ultimo minuto un tiro del mantovano Gasparetto sfiora il palo. Non si è del Toro se non si soffre fino alla fine.

Al fischio finale dell’arbitro la festa granata esplode, prima allo stadio e poi nelle strade e nelle piazze di Torino. Gli eroi di un’impresa fantastica vengono portati in trionfo dai tifosi e chiudono l’esaltante serata con un giro in pullman attraverso la città in festa. L’11 giugno 2006 il Torino di Cairo, in nove mesi e nove giorni di vita, torna in serie A.

Il “progetto” non si ferma con la conquista della A. Nel luglio 2006, Cairo acquista all’asta fallimentare i marchi del Torino assieme alle coppe e i cimeli della società e con essi la storia ed i meriti sportivi che fecero grande il Torino nell’arco di un secolo dalla sua fondazione.  Viene in questo modo coronato un anno di successi, creando le condizioni per poter festeggiare il Centenario della fondazione del Torino  nella continuità sportiva.

La stagione 2006/2007 è la prima del Torino di Urbano Cairo in serie A. Il Presidente granata nomina nuovo direttore generale Doriano Tosi, mentre sulla panchina, dopo l’esonero di De Biasi del 7 settembre 2006, siede Alberto Zaccheroni. La squadra, rinforzata tra gli altri dagli acquisti di Abbiati, Comotto, De Ascentis, Fiore e Barone (fresco di vittoria della Coppa del Mondo in Germania) non parte benissimo e, dopo 5 giornate, si ritrova con appena 2 punti in classifica. Al termine del girone d’andata, comunque, il Toro svolta all’undicesimo posto, dopo esser stato anche settimo in occasione dell’importante successo esterno (0-2) ad Ascoli al 16° turno.

Nei mesi di gennaio e febbraio, però, i granata inciampano in una serie di 7 ko consecutivi, e la società opta per l’esonero di Zaccheroni ed il rientro di De Biasi sulla panchina. Nelle successive 4 partite il Toro ottiene ben 9 punti, ma presto i risultati tornano a farsi altalenanti. Risultano così decisivi i successi al 35° turno ancora sull’Ascoli (1-0, rete di Rosina) ed al 36° a Roma contro i giallorossi (0-1, gol di Muzzi) per il mantenimento della categoria. Il Torino chiude al 16° posto con 40 punti in classifica.

Nel 2007/2008 il Toro di Urbano Cairo riparte investendo per continuare a crescere. Il 13 giugno vengono presentati i volti nuovi al fianco del Presidente: il tecnico Walter Novellino, che arriva da 5 ottimi stagioni alla Sampdoria, l’Amministratore Delegato Stefano Antonelli ed il Direttore Sportivo Fabio Lupo. Con 13 milioni di euro ed un monte ingaggi tra le prime società di serie A, in maglia granata giungono calciatori del calibro di Corini, Grella, Ventola, Zanetti, Sereni, Natali, Di Michele e Recoba, oltre all’acquisto dell’intero cartellino di Comotto ed altre operazioni di livello.

Dopo un buon precampionato, con la vittoria del Trofeo del Centenario sul Penarol di Montevideo, il Torino di Novellino però stenta a decollare. Gli inserimenti in rosa, nel mercato di gennaio, di Diana e Pisano migliorano la situazione, ma sono la sfortuna ed i tanti infortuni (circa 60, alcuni anche gravi) a zavorrare il cammino della squadra granata. A 5 giornate dal termine del campionato Novellino viene sostituito da De Biasi, reduce dall’esperienza in Spagna nel Levante. Con le vittorie decisive in casa con il Napoli ed in trasferta a Livorno, il Toro è matematicamente salvo con una giornata di anticipo e chiude, ancora una volta con 40 punti, al 15° posto in classifica.

Il Torino versione 2008/2009 parte nel segno della continuità tecnica: in panchina c’è infatti Gianni De Biasi. Il ruolo di direttore sportivo viene ricoperto da Mauro Pederzoli, già ds di Brescia e Cagliari e uomo mercato del Liverpool. La campagna acquisti è universalmente riconosciuta come di ottimo livello: Abate, Saumel, Dzemaili, Pratali, Colombo, Calderoni e soprattutto il centravanti Bianchi dal Manchester City (l’acquisto più costoso dell’era Cairo), si inseriscono in un gruppo già competitivo. Ma dopo la rotonda vittoria al debutto stagionale in Serie A (3-0 sul Lecce), la squadra non riesce a trovare continuità di risultati e viene presto risucchiata nelle zone basse della classifica. Dopo Torino-Fiorentina 1-4 del 7 dicembre, De Biasi viene esonerato ed al suo posto torna Novellino, voglioso di rifarsi dopo le delusioni della stagione precedente. Ma nemmeno con “Monzon” il Toro decolla, complici anche i moltissimi torti subìti che falcidieranno il cammino fino al termine del campionato: le uniche soddisfazioni arrivano dalla Tim Cup, dove i granata vengono eliminati solo ai quarti di finale dalla Lazio, che si aggiudicherà poi il trofeo.

A gennaio il Presidente Cairo ingaggia come direttore sportivo l’esperto e carismatico Rino Foschi, reduce da 5 stagioni ricche di soddisfazioni al Palermo. Con la squadra invischiata in piena zona retrocessione, dopo Torino-Sampdoria 1-3 del 22 marzo, viene chiamato a sedersi sulla panchina, al posto di Novellino, Giancarlo Camolese, “ex” giocatore e tecnico del sodalizio granata. Ma la situazione in classifica non cambia: nonostante le vittorie su Siena, Catania e Napoli, il Toro pareggia in casa con il Bologna, suo diretto avversario per la salvezza, e perde con Genoa e Roma, chiudendo il torneo a 34 punti, a – 3 dalla zona salvezza occupata proprio dal Bologna.

Il Toro torna così in serie cadetta.

Dopo l’inaspettata discesa negli inferi della serie cadetta per il Toro si apre una stagione che deve essere necessariamente quella del rilancio. Con un notevole sforzo economico da parte del presidente Cairo vengono mantenuti in rosa molti giocatori di categoria superiore e i risultati si vedono fin dall’avvio del torneo. La squadra, affidata alla grintosa guida di Stefano Colantuono, ingrana subito la quarta e sembra rispettare i pronostici della vigilia, che la vedevano come una delle principali candidate alla promozione.

Qualcosa si inceppa però sul far dell’inverno. La squadra inizia a lasciare per strada qualche punto di troppo e l’ardore agonistico mostrato inizialmente va via via scemando. A nulla serve, nel mese di dicembre, l’avvicendamento in panchina tra il tecnico Colantuono, poi richiamato a gennaio, e Beretta.

Intanto il presidente Cairo decide di affiancare al Direttore Sportivo Foschi un giovane DS, il cui curriculum parla di un ottimo lavoro svolto al Pisa, che risponde al nome di Gianluca Petrachi. Dodici colpi di mercato, uniti a dieci cessioni, rendono bene l’idea del mercato granata di gennaio. Una rivoluzione. Il Torino inserisce nuovamente il turbo e inizia a risalire la classifica: dalle sabbie mobili della Lega Pro torna a respirare l’aria dell’alta classifica. E’ una cavalcata emozionante. Alla fine i granata chiudono la stagione regolare al quinto posto, a pochi punti dalla promozione diretta in Serie A, guadagnandosi comunque il diritto a disputare i play-off, che assegnano un ulteriore pass per il paradiso.

Quattro partite che valgono una stagione. Il Torino le gioca con il coltello tra i denti. Non ha il vantaggio del campo, non ha quello del “doppio pareggio”, deve solo vincere. L’impresa gli riesce in semifinale contro il Sassuolo (i granata pareggiano 1-1 in casa ma vanno ad espugnare il “Braglia” 2-1). Purtroppo però il sogno si interrompe sul più bello. Al termine della doppia sfida in finale contro il Brescia saranno proprio i lombardi, in virtù dello 0-0 dell’andata e della vittoria 2-1 al ritorno, a guadagnarsi la promozione.

Al Torino resta l’amarezza di una stagione vissuta tra alti e bassi, tra incauti scivoloni ed entusiasmanti vittorie. Rimarrà però nella mente dei tifosi la grande grinta e la rimonta, che per un nulla non ha significato Serie A, iniziata a gennaio.

Da qui ripartirà il nuovo Toro 2010/11. Da questa grinta e da questa voglia di riscatto. Dalla voglia di riprendersi ciò che gli appartiene. La Serie A.

Il Torino riparte dalla beffa di Brescia, sconfitto nella finale playoff, affidando il progetto tecnico a Franco Lerda, allenatore emergente nonché ex calciatore e viscerale tifoso granata. Nonostante le incoraggianti premesse, la stagione 2010-2011 scivola però via nell’anonimato di una classifica che induce la Società a esonerare Lerda pur di scuotere la squadra. Ma l’avvicendamento con l’esperto Papadopulo non produce alcun effetto, anzi complica ulteriormente le cose. Pertanto la dirigenza richiama Lerda, confidando in una reazione d’orgoglio del gruppo. Che difatti si manifesta, pur se poi risulterà una vacua illusione. Tant’è che dopo aver faticosamente recuperato il divario con le squadre in lotta per la zona playoff, il Torino crolla in casa proprio nell’ultima, decisiva giornata della regular season: il ko contro il Padova estromette i granata dalla lotta per la promozione e conclude nel modo peggiore, tra la rabbia dei tifosi, una stagione soltanto da dimenticare.

Nel solco della polemica, tracciato a maggio, i tifosi accolgono con una dura contestazione il nuovo Torino, affidato a Ventura, nel primo giorno di allenamento. Il tecnico genovese però dimostra subito il suo spessore:

intanto persuadendo la dirigenza a costruire la squadra nei modi e nei tempi giusti, poi azzerando malumori e perplessità con una partenza talmente razzente da trasformare la rabbia tifosa in orgoglio. Quella del Torino diventa così una cavalcata imperiosa verso la serie A.

Nonostante molteplici difficoltà; una tragedia (il 9 ottobre, di rientro dalla squillante vittoria di Verona, al casello di Santena il pullman del Torino viene tamponato da un tir rubato: in mezzo, però, viene schiacciata un’auto e due giovani vite vengono stroncate);la beffa di Padova (una partita non giocata regolarmente per il guasto all’impianto di illuminazione, poi vinta a tavolino e successivamente persa nel secondo e terzo grado di giudizio).

E pure un rosario di rinvii, a comprimere il calendario con un tour de force di impegni nelle ultime settimane di campionato (sei partite e mezza in 20 giorni) per la disgrazia di Piermario Morosini, la neve di Brescia, il diluvio universale di Torino contro la Reggina. Ma la squadra di Ventura si dimostra più forte di tutto e di tutti e dopo un limbo durato tre anni il Torino torna finalmente in serie A. Il suo posto, la sua casa

2012-2015: Il ritorno in Europa

Conquistata la promozione in Serie A dopo tre campionati di limbo in cadetteria, per la stagione 2012-2013 il Presidente Urbano Cairo naturalmente ripercorre la strada della continuità confermando alla guida tecnica della squadra l’allenatore Giampiero Ventura e il direttore sportivo Gianluca Petrachi. Per il Torino è la 96ª stagione in massima serie della sua storia: l’obiettivo della vigilia è quello di mantenere il club granata nell’élite del calcio e al contempo di porre solide basi per il consolidamento della squadra. Qualche pareggio di troppo – saranno 16, alla fine – non renderà totalmente giustizia all’ottima stagione dell’undici granata, sempre distante dalla bagarre delle ultime posizioni.

Il Toro termina il campionato al 16º posto, con 39 punti in classifica e 7 lunghezze di vantaggio sulla zona retrocessione. A giochi fatti si scoprirà che i granata erano già virtualmente salvi a marzo: ma il calo degli ultimi mesi – più di risultati che di gioco, vanificando buone prestazioni – trasforma di fatto in normale un campionato che altrimenti sarebbe risultato speciale. Non mancano tuttavia le soddisfazioni per i singoli: Ogbonna, espressione purissima del settore giovanile granata, approda alla Nazionale e con Ventura rifiorisce anche un talento come Cerci, reduce da stagioni incolori e incostanti. E nel complesso la squadra dimostra di avere uno zoccolo duro importante, una base forte su cui costruire il Toro del futuro.

La stagione 2013-2014 parte con l’auspicio di riportare il Torino nella parte sinistra della classifica, ovvero tra le prime dieci. Sale l’asticella delle difficoltà, dunque aumentano pure le responsabilità.

Dopo cinque stagioni si congeda dal Toro un grande beniamino dei tifosi, Bianchi, e memore di una vecchia promessa fatta al diretto interessato il Presidente Cairo non tarpa le ali all’ascesa della carriera di Ogbonna, attratto da una sontuosa proposta della Juventus. In entrata, a dispetto degli scettici, il numero uno granata realizza un grande colpo di mercato acquistando a titolo definitivo Cerci dalla Fiorentina, dopo peraltro aver già riscattato alcune colonne del Toro di Ventura: su tutti Darmian e Glik, pilastri della difesa. Le altre scelte del Presidente e del ds Petrachi mescolano sapientemente esperienza (Bovo, Moretti, Farnerud) e gioventù (Maksimovic, El Kaddouri, Immobile).


Proprio quest’ultimo, arrivato in compartecipazione dalla Juventus e quindi non senza una miope critica preventiva, diventerà l’uomo copertina: non solo del Torino, ma di tutta la serie A laureandosi capocannoniere del campionato e anche in virtù di ciò meritandosi la convocazione ai Mondiali del Brasile. Tre i giocatori del Torino selezionati dal ct Prandelli: appunto Immobile, poi Cerci Darmian. Il mutamento di sistema di gioco, passando dal 4-2-4 al 3-5-2, è un’altra felicissima intuizione di Ventura. L’undici granata sciorina infatti un campionato d’avanguardia, praticamente sempre nella parte nobile della classifica, disputando la miglior stagione degli ultimi 22 anni. Quasi raddoppiate le vittorie (15 contro 8 della precedente stagione) per un settimo posto finale, con 57 punti: un risultato tale da conquistare l’accesso ai preliminari di Europa League (dopo l’esclusione del Parma, che aveva preceduto i granata al sesto posto).
Dopo 12 anni di assenza, il Toro torna in Europa.

L’impegno europeo, che richiede una partita di qualificazione e un’altra di playoff, prima di raggiungere la fase a gironi di Europa League, obbliga il Torino a radunarsi già a giugno. In città fa molto caldo ma le aspettative dei tifosi – giustamente – sono bollenti. Il lavoro svolto dalla Società, sommato all’eccellente opera di Giampiero Ventura e del suo staff, ha rigenerato il coraggio e l’orgoglio d’essere granata. La stagione 2014-2015 parte dunque nel migliore dei modi: il Torino si sbarazza facilmente degli svedesi del Brommapojkarna, ma la notizia è che dopo la nettissima vittoria nella partita d’andata in trasferta (3-0), per il match di ritorno – con la qualificazione praticamente già ipotecata – in una caldissima notte d’agosto a Torino si danno appuntamento oltre ventimila tifosi per non perdersi il ritorno in Europa del Toro. Sulle ali di quell’entusiasmo l’undici granata supera anche l’ostacolo del RNK Spalato e si regala così l’accesso alla fase a gironi di Europa League. L’urna del sorteggio consegna a Glik e compagni avversari decisamente più esperti e abituati alle notti di calcio continentale: il Bruges, il Copenaghen, l’Helsinki.

Tuttavia il Toro non snobba l’impegno infrasettimanale: la rotazione delle forze è magistralmente gestita dal tecnico Ventura e difatti in Europa va in scena una squadra sempre competitiva. Soltanto un maldestro scivolone in Finlandia, contro il fanalino di coda del girone, impedisce ai granata di qualificarsi al primo posto. Le fatiche di Coppa, però, si fanno sentire in campionato, e il rendimento della squadra fatalmente ne risente.

L’inserimento di alcuni nuovi acquisti è assai difficoltoso, così in classifica il Toro galleggia appena sopra la zona retrocessione. Il mese di novembre è particolarmente duro: oltre al ko finnico, Glik e compagni inanellano tre sconfitte consecutive in campionato. L’ultima, nel derby, doppiamente cocente e beffarda. Sì, perché dopo una prestazione maiuscola, in rimonta e pure in undici contro dieci negli ultimi minuti di gara, dopo aver vanificato le opportunità per conseguire una storica vittoria, all’ultimo secondo il Toro perde addirittura la partita. E’ una mazzata terribile, un colpo da abbattere persino… un toro. E invece no: diventa la svolta, il punto di ripartenza. Anziché abbattersi, i granata traggono dalla consapevolezza di aver disputato comunque un gran derby le energie e l’autostima per reagire. In campionato così il Toro sciorina dodici risultati utili consecutivi, tornando in scia al trenino delle pretendenti per l’Europa. Ed è proprio quello, lo scenario dell’Europa League, a esaltare il mondo granata. Nei sedicesimi di finale l’urna accosta al Toro una delle squadra favorite per la vittoria finale, l’Athletic Bilbao. La critica non usa perifrasi: solo un miracolo può permettere al club del Presidente Cairo di passare il turno. E dopo il pareggio nella partita d’andata, il pessimismo dilaga. Ventura e i suoi ragazzi, invece, ci credono. E non sono i soli, perché in Spagna oltre tremila tifosi entrano nella nuova cattedrale laica del San Mames con la fierezza di chi sa di avere ancora molto da dire e da dare. A casa ne restano almeno altrettanti: neppure l’intervento della Società con il club basco riesce a fare breccia, per il settore ospiti ci sono soltanto quei posti.

Sono tremila, ma sembrano trentamila. E al San Mames, dove nessuna squadra italiana è mai riuscita a vincere, è il Toro che fa la partita. Dopo un’altalena di emozioni – vantaggio, pareggio, nuovo vantaggio, pareggio, ancora vantaggio, vittoria – il Toro scrive una delle più belle pagine della sua ultracentennale storia. Il popolo granata ricambia da par suo, accogliendo con un entusiasmo indescrivibile il Presidente, l’allenatore e tutta la squadra, all’aereoporto di Caselle, nel cuore della notte. Il Toro di Quagliarella e Maxi Lopez, quest’ultimo arrivato a gennaio pur con qualche scetticismo, frattanto ha già vinto un’altra scommessa che pareva impossibile: non far rimpiangere la coppia dei sogni Cerci-Immobile, 35 gol in due solo in campionato nella stagione precedente, quello del settimo posto.

Un altro sorteggio tutt’altro che benevolo, in Europa League, riserva ai granata una corazzata economica del calcio continentale, lo Zenit San Pietroburgo. Costretti a giocare in inferiorità numerica due terzi di gara, i ragazzi di Ventura perdono in trasferta per 2-0 la partita d’andata. Per passare il turno, nel ritorno, serve un altro miracolo. Che sarebbe anche arrivato, se solo nella porta dei russi Lodygin non avesse parato anche l’impossibile. Il Toro, dopo una prestazione quasi perfetta, sfonda il muro dello Zenit solo all’ultimo minuto di gioco. I cinque di recupero si giocano comunque in una bolgia dantesca, col Toro che sfiora il raddoppio, tra salvataggi sulla linea e nuove prodezze dell’estremo difensore. Al triplice fischio dell’arbitro, Glik e compagni – a testa altissima – escono dal campo e dall’Europa accompagnati dalle ovazioni dei tifosi, comunque orgogliosi dei loro ragazzi. Con apprezzabile onestà, più d’un avversario di serata nel post partita ammetterà: “Abbiamo avuto tanta paura di prendere anche il secondo gol, e a quel punto niente e nessuno sarebbe più riuscito a fermare questo Toro”.

In campionato, fra accelerazioni e frenate, il Toro arriva al derby a un mese dalla fine del campionato. E’ il weekend del 25 aprile, e dopo un ventennio di patimenti anche per i tifosi granata giunge la tanto attesa liberazione. Sotto di un gol, proprio come nell’andata, Glik e compagni trovano le forze per rimontare: ma stavolta, dopo il pareggio di Darmian su assist di Quagliarella, il Toro completa l’opera con gli stessi giocatori che si scambiano i ruoli. Percussione e cross di Darmian, stoccata vincente di Quagliarella sottorete ad anticipare tutti. Proprio sotto la Maratona. Tumulto di cuori, estasi totale.Il successo nel derby, ennesima perla di un’altra stagione da incorniciare, innaffia le ambizioni granata: i tifosi sognano l’Europa, i calciatori provano a riprendersela. Nella volata finale il Toro è nel gruppetto delle pretendenti, ma a Palermo – in un turno infrasettimanale – giunge una beffa che si rivelerà decisiva. Il gol della vittoria segnato da Maxi Lopez, a uno spicciolo di secondi dalla fine, viene inspiegabilmente annullato dai direttori di gara. Aritmeticamente, quei due punti rappresenteranno il deficit in classifica tra il nono posto e la qualificazione ai preliminari di Europa League. La gente del Toro sa metabolizzare anche questa delusione e va oltre: per Torino-Cesena, ultima partita di un’estenuante e però appassionante stagione, il congedo dal campionato è una festa popolare. Nel giro di campo finale, tra i saluti e gli arrivederci, tutti scorgono nell’emozione di Darmian il suo addio al Toro, dopo quattro anni bellissimi. Impressione a prima vista, eppure non una svista: il forte difensore del Toro e della Nazionale, meritatamente, da lì a poco diventerà infatti un nuovo calciatore del Manchester United, una delle squadre più forti del mondo.